
Voglio che questo sia per me l'anno della RESPONSABILITA'.
Prometto di tornare presto. Buon Anno amici miei!
La scrittura è l'ignoto. Prima di cominciare non si sa niente di ciò che si sta per scrivere. (Marguerite Duras)

I bambini hanno una grande capacità, quella di fare magie.
Nessuno come loro sa trasformare un piccolo parco in un castello, una bicicletta in un cavallo, una mamma nella regina del mondo. E niente rimane nella memoria come i luoghi che hanno avuto questo privilegio, quello di cambiare forma, colore, consistenza secondo il gioco in cui sono impiegati.
Io ho una casa al mare, così in prossimità della costa che per vedere il mare basta affacciarsi alla finestra, e per sdraiarsi sulla sabbia non è necessario fare più di cento passi dalla porta.
Davanti casa c'è un giardinetto con un grande pino che getta la sua ombra ovunque; un tempo a quel pino stava attaccata l'altalena, e sopra l'altalena, a cavallo dei due rami più grossi, qualche trave inchiodata senza arte si fingeva una piccola casa in cui non sono entrata mai.
Oltre il giardino, e perpendicolare ad esso, c'è un vialetto circondato di piante sempreverdi che sbocca su un viale più grande. E su quel viale, al confine tra la casa e il mare, circondata da due oleandri che vedo sempre fioriti, c'è la panchina.
La panchina ha l'articolo determinativo avanti a sé: sospetto però che sia un nome proprio, (nel qual caso andrebbe scritto con la P maiuscola) e che l'articolo se lo sia messo solo per darsi un tono. Non saprei dire quale colore avesse in origine, né ricordo bene i suoi dettagli. Adesso è scrostata, marcita un po' ovunque, e sopra ci camminano sciami di formiche nere, quelle grandi, che a vederle dall'alto sembrano delle frecce da seguire, briciole di Pollicino che indicano il sentiero per tornare a casa.
Sulla panchina c'è posto per tutti, ma non tutti amano sedercisi sopra. Le foglie dell'oleandro la nascondono un po' alla vista, così che quando si sta sospesi su di lei si vola a due spanne da terra. La mia panchina poi, è capace di far dimenticare quello che non merita un posto tra i ricordi.
Durante la mattina sulla panchina si siede sempre una donna con i capelli ricci, il sorriso grande e l'aria un po' sperduta. Cammina appoggiandosi a un grande girello di acciaio, che sostiene i suoi passi allo stesso modo in cui la panchina sostiene i suoi pensieri. Sono pensieri pesanti, non basta una sdraio sulla spiaggia per loro. Sono i pensieri di chi ha dimenticato come si pensa, sono affollati, intricati, gassosi, e cercano la panchina per farsi abbracciare, proteggere, illuminare. C'è chi dice che la signora passa ore ed ore seduta lì, a parlare da sola, a muovere la larga bocca sorridente senza un interlocutore: ma io sospetto che sia la panchina a parlare, e la donna a rispondere; credo anzi di aver spiato indispettita e gelosa la loro confidenza ritrovata.
Verso mezzogiorno alla panchina si avvicina una coppia di ragazzi. Ogni giorno mi stupisco nel vederli, perché sembrano così adulti, anche se non hanno nemmeno la metà dei miei anni. Credo succeda perché li osservo dal basso, con gli occhi della bambina che è cresciuta giocherellando lì intorno. I ragazzetti si avvicinano esitanti, imbarazzati, o forse è mio l'imbarazzo di saperli complici e innamorati. Sanno che la panchina è il loro posto segreto, sanno che seduti lì sopra possono concedersi ciò che altrove non avrebbero osato; e diventano invisibili agli occhi di tutti, tranne che ai miei, che sulla panchina ci sono cresciuta. Quando li vedo una punta d'invidia e di nostalgia si impossessa di me: anch'io ho dato lì il mio primo bacio, lì ho riposato dopo una lunga corsa, lì ho mangiato barattoli di nutella con le amiche mentre cercavo in una stella cadente i desideri che non sapevo di avere.
Sulla panchina si riposano i pescatori dopo una giornata di lavoro. Ci si fermano appena, un attimo a contemplare il sole che cade, a mangiare un panino, o a riavvolgere le lenze. Lasciano attorno a sé un odore di sale e di vento, che resta solo qualche secondo e poi viene trascinato via; è l'odore di chi non ha dimora, di chi è di passaggio, di chi conosce soltanto il saluto.
Qualche ragazzo ci ha scritto sopra parole che gli graffiavano l'anima, di nascosto, vergognandosi un po'. Per farlo ha scrostato la vernice verde, ha inciso il legno, ha rubato un'idea. Alla panchina non è dispiaciuto, si è fatta vecchia, brutta, ha perso il suo colore, ma non la capacità di accogliere gli altri. Sa bene che saper accogliere significa saper accogliere qualunque cosa, anche un insulto, anche un dolore.
Verso le sette di sera, quando i raggi del sole danno tregua e si ha voglia di guardare il giorno che si trasforma, alla panchina si dirigono tre piccole, anziane signore. Si siedono un po' scomode, facendosi posto sul legno leggero. Una di loro si appoggia in pizzo in pizzo, come a non voler occupare troppo spazio, come ad aver paura di disturbare; sembra che stia per cadere, e invece rimane lì, ferma, in equilibrio sul suo bacino grande eppure delicato. Ha una voce trasparente, di bambina, e come una bambina sa stupirsi del colore del cielo o del volo di una libellula. Conversano poco le tre donne, non hanno necessità di parole; in bilico tra il cielo e la terra, sono poche le cose di cui si ha veramente bisogno.
Sulla panchina si accovacciano poi i primi abitanti del quartiere, con lo sguardo felino e la coda che penzola nel vuoto, le zampine davanti agli occhi a coprire la luce del sole che ne rende oblique le pupille, il pelo morbido e setoso che aderisce alla superficie dura come alla rete di un letto.
Quando invece hanno voglia di ombra che ristori, la panchina gliela offre volentieri, cullandoli col suono delle cicale che amoreggiano tra gli oleandri rigogliosi. Sulla panchina c'è sempre musica, di quella che si percepisce appena, che fa chiudere gli occhi, come i sogni senza confini di chi sta per cadere nel sonno, di chi ha bisogno di sogni.
Davanti alla panchina c'è una distesa d'erba più gialla che verde, che conduce al mare. In pochi minuti è possibile andare da una sponda all'altra, dalla terra alla spiaggia, dal prato all'acqua del mare. Dalla panchina si vede fino alla discesa, che scivola tutta d'un tratto verso la sabbia gialla, e il blu in lontananza sembra inaccessibile, come i colori dell'arcobaleno.
Scendere dalla panchina è come scendere a terra da una barca: un senso di frastornamento e confusione, la difficoltà di conciliare l'aria e la terra, lo spirito e la materia; il passo che inciampa, le ali che si fanno piedi: non ho mai visto nessuno riprendere senza esitazione il proprio cammino, nessuno evitare di volgersi a guardarla da lontano come si fa prima di ogni partenza.
Esistono tanti modi di viaggiare, e io non so se sono veramente capace di farlo: ma non mi sono mai sentita più veloce, più in movimento, come quando sono ferma, sospesa tra il cielo e la terra, tra il verde e il blu, sulla mia panchina.
Sulla panchina di tutti.
P.S. Questo racconto è stato scritto per il concorso indetto dal blog "Leggendo leggendo" di Paola.
P.P.S. On air "L'uomo del faro" di Andrea Mirò. Avrei voluto mettere "Vite parallele" visto che ha a che vedere con le panchine... ma non l'ho trovata da nessuna parte.




Nella vita di ogni donna, dai 12 agli 80 anni circa, c'è un'attrazione fatale per la biancheria intima. C'è chi la ammette, chi la nega, e c'è chi francamente se ne frega (per citare il buon Max), ma nella mia esperienza non esiste donna che al mattino, appena sveglia, non si ponga il problema di cosa indossare. La biancheria è il primo strato, quello a contatto con la pelle, che condiziona e decide tutto il resto. Se la mutanda è stretta non sarà una buona giornata. Se è triste, rovinata, consumata, trasmetterà il suo malessere a tutti gli strati successivi. Se è scomoda farà pensare troppo a sé, e troppo poco al resto.
Poi c'è giornata e giornata. C'è quella adatta al pizzo sexy e alla trasparenza, quella che si accontenta del cotone profumato, quella fatta apposta per le imbottiture mirate.
La biancheria non si dovrebbe mai indossare a caso. Un giorno qualcuno disse che i colori dell'intimo influenzano incredibilmente l'umore e la psiche. Dovrebbero chiamarla mutanda-terapia, e fare i corsi a pagamento. Mi iscriverei sicuramente.
Io non ho un buon rapporto con l'intimo, forse perché non ho un buon rapporto col mio corpo. La mia è una potente forma di schizofrenia, che si esplica in due comportamenti assolutamente opposti e contraddittori: passo ore ed ore nei negozi di intimo a guardare ammirata completini sexy, stravedo per ogni tipo di mutandina, dallo slip alla brasiliana al tanga al perizoma, guardo con attenzione ogni tipologia di reggiseno per scoprire quale mi stia meglio, e infine, ahimè, compro. Sepolti nei cassetti ho un numero imprecisato di culottes, balconcini, abbinamenti sexy, pizzi, seta, e poi canottiere con spallina stretta, larga, oltre a body, top, e potrei continuare per ore.
Beh, la maggior parte di queste cose NON L'HO MAI INDOSSATA.
Qualcuno giustamente si chiederà il perché. Non lo so. O meglio, ogni volta che indosso qualcosa di “prezioso” mi sento a disagio. Infastidita. Goffa nei movimenti, che già sono abbastanza goffi. Un piccolo folletto, uno scarabocchio su cui hanno cucito qualcosa di bello, che non mi appartiene. E allora cosa faccio? Indosso delle tristissime, orrende mutande nere di una taglia più grande della mia, che mi stanno ovviamente enormi e che farebbero scappare a gambe levate anche un serial killer maniaco e violentatore.
Ogni tanto passo dei periodi di contestazione. Scendo in piazza contro me stessa, alzo tutte le bandiere e mi impongo di indossare le belle cose che ho comprato. All'inizio va bene, mi sento finalmente donna, all'altezza della mia femminilità e cammino a testa alta fiera di ciò che mi copre il sedere. Dura al massimo una settimana, anzi, una settimana è stato il mio record. Pian piano il sorriso scompare dal mio volto, le fibre di tessuto premono contro il mio corpo, che diventa gradualmente insofferente. A questo punto immancabilmente rinuncio all'impresa e vengo riammessa nel girone delle perdenti. Ma io tiro un sospiro di sollievo.
Ora, pensavo che questa situazione non avrebbe mai avuto una soluzione e che il mio ragazzo si sarebbe rassegnato a vedere mutandoni della nonna e reggiseni sformati per tutto il tempo delegato alla nostra unione, quando improvvisamente accade il miracolo. Il miracolo della mutanda.
Girovagavo per il web, affetta dalla sindrome del guardone, che consiste nell'osservare maniacalmente le modelle di intimo, chiedendomi “Perché io no?”, quando all'improvviso la mia attenzione viene catturata da una marca di intimo di cui non avevo mai sentito parlare.
Spiman, si chiama, e da lì a visitare il sito il passo è breve. Vengo letteralmente risucchiata: ci sono collezioni di ogni tipo, dalla sexy alla sportiva alla vedo/non vedo, ci sono completini colorati, allegri, femminili ma non troppo. E' un colpo di fulmine: li sento, per così dire, alla mia portata. Sono MIEI.
Avete presente il colpo di fulmine? Ma non quello tutto fumo e niente arrosto, che brucia in qualche giorno; il colpo di fulmine di quando si capisce di aver trovato l'uomo della propria vita, o la mutanda della propria vita, il che non è poi così diverso.
Io ho provato una sensazione simile. Ma potevo sbagliare, in fondo ho sbagliato così spesso. Tuttavia il richiamo era troppo forte e ho deciso di scrivergli una mail. In questo modo è incredibilmente iniziata una collaborazione tra ME, lo scarabocchio coi mutandoni alla Bridget Jones e l'armadio zeppo di lingerie di marca, e LORO, gli angeli custodi della Spiman. Mi hanno detto solo “Provaci, e poi dicci cosa pensi”. Io ho detto sì, e da lì e cominciato tutto.
Ho spulciato ben bene il loro sito, verificato le mie misure, che non capisco mai quali siano, grazie a una efficientissima tabella che mi sono tatuata nel cervelletto, e infine ho scelto dal catalogo le cose che più mi piacevano. La collezione Camyla è la mia preferita, perché è discreta e armoniosa, elegante e giovanile. E' quella che più mi assomiglia, del resto Camilla è uno dei miei nomi preferiti e la camelia uno dei fiori più evocativi che conosca. D'ora in poi chiamatemi Signora Delle Camyle. :-)
Dopo tre giorni gli indumenti scelti erano a casa mia in simpatiche confezioni omaggio. Gli angeli custodi mi hanno regalato uno scatolone di biancheria, che, a vederla, la depressione latente ha fatto dietrofront in un istante. Completini di tutti i colori, canottiere, perizoma, mutandine, tutto ciò che una donna può sognare era lì, tutto insieme, come mai l'avevo visto prima. E tutto era così... mio. Questa è la parola giusta.
Ma c'era lo scoglio più grande da affrontare: indossare, camminare, vivere avvolta da cose belle e non consunte. Avere la forza di sentirsi degna. Perché, cari miei, dietro un completino intimo c'è tutto il mio negato, rifiutato, odiato e temuto. Non è cosa da poco.
E mentre d'inverno ci si copre, ci si nasconde, si va in letargo, e le mie forme diventano troppo sottili e inesistenti, con l'estate è il trionfo della visibilità: mi viene un po' di seno, riprendo qualche chilo, da bambina mi faccio donna e ho paura di farmi notare. Per questo, e solo per questo, il nero triste e rovinato mi dà sollievo. Per questo è più facile non curarsi che volersi bene.
Però, c'è un però. E questo però si chiama Spiman: se avessi saputo che dietro sei lettere si nascondeva la soluzione a tutti i miei mali! A volte la vita è un percorso strano, una mutanda ti fa capire che qualcosa è cambiato. Ma andiamo per ordine.
Dopo essermi ripresa dall'emozione, procedo alla prova-biancheria. Invoco tutto il mio coraggio e decido di indossare. Quello che accade dopo ha dell'incredibile, incredibile perché completamente nuovo nella mia vita: mi dimentico di avere addosso qualcosa di diverso dalla mia biancheria-spazzatura. Sto a mio agio, comoda, non c'è nessun elastico che mi sega la pancia, la coppa del reggiseno è perfetta, i miei movimenti aggraziati senza impaccio. La sera, quando mi spoglio, mi stupisco nel vedere l'evidenza: la mutanda è lì, intorno al mio corpo, e ci sta pure bene. Riesco ad essere “carina” senza sentirmi a disagio. Il reggiseno avvolge senza far pressione. La canottiera è morbida come una piuma.
Il giorno dopo, stessa sensazione, di misura, equilibrio, piacevolezza. Davvero sta succedendo a me? La cosa si ripete per tutti i giorni seguenti, senza cadute. Come un tossico che si accorge di non avere più bisogno del metadone, così io posso finalmente rinunciare ai miei stracci di Linus, e non ho rimpianti.
A questo punto c'è solo una cosa da dire: il dio Spiman ha resuscitato i morti.
