venerdì, gennaio 02, 2009

2009


Voglio che questo sia per me l'anno della RESPONSABILITA'.
Prometto di tornare presto. Buon Anno amici miei!

martedì, dicembre 23, 2008

BUONE FESTE, E RIDETE PURE DI ME!!!

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lunedì, novembre 10, 2008

La mia panchina


I bambini hanno una grande capacità, quella di fare magie.
Nessuno come loro sa trasformare un piccolo parco in un castello, una bicicletta in un cavallo, una mamma nella regina del mondo. E niente rimane nella memoria come i luoghi che hanno avuto questo privilegio, quello di cambiare forma, colore, consistenza secondo il gioco in cui sono impiegati.

Io ho una casa al mare, così in prossimità della costa che per vedere il mare basta affacciarsi alla finestra, e per sdraiarsi sulla sabbia non è necessario fare più di cento passi dalla porta.
Davanti casa c'è un giardinetto con un grande pino che getta la sua ombra ovunque; un tempo a quel pino stava attaccata l'altalena, e sopra l'altalena, a cavallo dei due rami più grossi, qualche trave inchiodata senza arte si fingeva una piccola casa in cui non sono entrata mai.
Oltre il giardino, e perpendicolare ad esso, c'è un vialetto circondato di piante sempreverdi che sbocca su un viale più grande. E su quel viale, al confine tra la casa e il mare, circondata da due oleandri che vedo sempre fioriti, c'è la panchina.

La panchina ha l'articolo determinativo avanti a sé: sospetto però che sia un nome proprio, (nel qual caso andrebbe scritto con la P maiuscola) e che l'articolo se lo sia messo solo per darsi un tono. Non saprei dire quale colore avesse in origine, né ricordo bene i suoi dettagli. Adesso è scrostata, marcita un po' ovunque, e sopra ci camminano sciami di formiche nere, quelle grandi, che a vederle dall'alto sembrano delle frecce da seguire, briciole di Pollicino che indicano il sentiero per tornare a casa.

Sulla panchina c'è posto per tutti, ma non tutti amano sedercisi sopra. Le foglie dell'oleandro la nascondono un po' alla vista, così che quando si sta sospesi su di lei si vola a due spanne da terra. La mia panchina poi, è capace di far dimenticare quello che non merita un posto tra i ricordi.

Durante la mattina sulla panchina si siede sempre una donna con i capelli ricci, il sorriso grande e l'aria un po' sperduta. Cammina appoggiandosi a un grande girello di acciaio, che sostiene i suoi passi allo stesso modo in cui la panchina sostiene i suoi pensieri. Sono pensieri pesanti, non basta una sdraio sulla spiaggia per loro. Sono i pensieri di chi ha dimenticato come si pensa, sono affollati, intricati, gassosi, e cercano la panchina per farsi abbracciare, proteggere, illuminare. C'è chi dice che la signora passa ore ed ore seduta lì, a parlare da sola, a muovere la larga bocca sorridente senza un interlocutore: ma io sospetto che sia la panchina a parlare, e la donna a rispondere; credo anzi di aver spiato indispettita e gelosa la loro confidenza ritrovata.

Verso mezzogiorno alla panchina si avvicina una coppia di ragazzi. Ogni giorno mi stupisco nel vederli, perché sembrano così adulti, anche se non hanno nemmeno la metà dei miei anni. Credo succeda perché li osservo dal basso, con gli occhi della bambina che è cresciuta giocherellando lì intorno. I ragazzetti si avvicinano esitanti, imbarazzati, o forse è mio l'imbarazzo di saperli complici e innamorati. Sanno che la panchina è il loro posto segreto, sanno che seduti lì sopra possono concedersi ciò che altrove non avrebbero osato; e diventano invisibili agli occhi di tutti, tranne che ai miei, che sulla panchina ci sono cresciuta. Quando li vedo una punta d'invidia e di nostalgia si impossessa di me: anch'io ho dato lì il mio primo bacio, lì ho riposato dopo una lunga corsa, lì ho mangiato barattoli di nutella con le amiche mentre cercavo in una stella cadente i desideri che non sapevo di avere.

Sulla panchina si riposano i pescatori dopo una giornata di lavoro. Ci si fermano appena, un attimo a contemplare il sole che cade, a mangiare un panino, o a riavvolgere le lenze. Lasciano attorno a sé un odore di sale e di vento, che resta solo qualche secondo e poi viene trascinato via; è l'odore di chi non ha dimora, di chi è di passaggio, di chi conosce soltanto il saluto.

Qualche ragazzo ci ha scritto sopra parole che gli graffiavano l'anima, di nascosto, vergognandosi un po'. Per farlo ha scrostato la vernice verde, ha inciso il legno, ha rubato un'idea. Alla panchina non è dispiaciuto, si è fatta vecchia, brutta, ha perso il suo colore, ma non la capacità di accogliere gli altri. Sa bene che saper accogliere significa saper accogliere qualunque cosa, anche un insulto, anche un dolore.

Verso le sette di sera, quando i raggi del sole danno tregua e si ha voglia di guardare il giorno che si trasforma, alla panchina si dirigono tre piccole, anziane signore. Si siedono un po' scomode, facendosi posto sul legno leggero. Una di loro si appoggia in pizzo in pizzo, come a non voler occupare troppo spazio, come ad aver paura di disturbare; sembra che stia per cadere, e invece rimane lì, ferma, in equilibrio sul suo bacino grande eppure delicato. Ha una voce trasparente, di bambina, e come una bambina sa stupirsi del colore del cielo o del volo di una libellula. Conversano poco le tre donne, non hanno necessità di parole; in bilico tra il cielo e la terra, sono poche le cose di cui si ha veramente bisogno.

Sulla panchina si accovacciano poi i primi abitanti del quartiere, con lo sguardo felino e la coda che penzola nel vuoto, le zampine davanti agli occhi a coprire la luce del sole che ne rende oblique le pupille, il pelo morbido e setoso che aderisce alla superficie dura come alla rete di un letto.
Quando invece hanno voglia di ombra che ristori, la panchina gliela offre volentieri, cullandoli col suono delle cicale che amoreggiano tra gli oleandri rigogliosi. Sulla panchina c'è sempre musica, di quella che si percepisce appena, che fa chiudere gli occhi, come i sogni senza confini di chi sta per cadere nel sonno, di chi ha bisogno di sogni.

Davanti alla panchina c'è una distesa d'erba più gialla che verde, che conduce al mare. In pochi minuti è possibile andare da una sponda all'altra, dalla terra alla spiaggia, dal prato all'acqua del mare. Dalla panchina si vede fino alla discesa, che scivola tutta d'un tratto verso la sabbia gialla, e il blu in lontananza sembra inaccessibile, come i colori dell'arcobaleno.

Scendere dalla panchina è come scendere a terra da una barca: un senso di frastornamento e confusione, la difficoltà di conciliare l'aria e la terra, lo spirito e la materia; il passo che inciampa, le ali che si fanno piedi: non ho mai visto nessuno riprendere senza esitazione il proprio cammino, nessuno evitare di volgersi a guardarla da lontano come si fa prima di ogni partenza.

Esistono tanti modi di viaggiare, e io non so se sono veramente capace di farlo: ma non mi sono mai sentita più veloce, più in movimento, come quando sono ferma, sospesa tra il cielo e la terra, tra il verde e il blu, sulla mia panchina.

Sulla panchina di tutti.


P.S. Questo racconto è stato scritto per il concorso indetto dal blog "Leggendo leggendo" di Paola.

P.P.S. On air "L'uomo del faro" di Andrea Mirò. Avrei voluto mettere "Vite parallele" visto che ha a che vedere con le panchine... ma non l'ho trovata da nessuna parte.

mercoledì, ottobre 15, 2008

2012 - L'anno del cambiamento


C'è nell'aria qualcosa che ammaestra e spaventa, che si annusa ma si tace, che ha tutto il fascino del non detto.

Qualcosa che sa di un declino improvviso, preventivato eppure non preso abbastanza in considerazione, qualcosa che tutti si aspettano da tempo ma che nessuno sa bene come affrontare.

Il pianeta è un unico organismo. Un organismo che da troppo tempo ormai si fonda su equilibri insostenibili, su dinamiche autodistruttive, su sperpero e menzogna, su sfruttamento, ingiustizia, meschinità.

Il pianeta è malato.

Malato da troppo tempo, di una malattia che però si è sempre insinuata subdola, senza mai manifestarsi apertamente. Ci è stato concesso del tempo, forse delle possibilità per capire, cambiare, agire. Non le abbiamo colte, e quando le cose non migliorano, è allora che inevitabilmente peggiorano. Fin quando non si arriva al punto in cui non c'è più ritorno.

Io credo che in questo periodo storico ci troviamo esattamente a questo punto, e lo dico senza pessimismo, lo dico con la massima sincerità perchè è quello che ormai sento con sempre più chiarezza.

La crisi economica mondiale dalla quale siamo stati investiti ne è soltanto un tenue riflesso.
Cosa sta succedendo? Io credo che questa sia solo la fisiologica reazione collettiva nei confronti di un meccanismo sociale che, per fortuna e per necessità, non funziona più. Il cambiamento corre, incalza, ci sta alle spalle, ci scavalca e ci domina, perchè non l'abbiamo mai veramente accettato.

Ma non si può far finta di nulla per troppo tempo, le cose accadono sia che vogliamo sia che non vogliamo, sia che siamo preparati o meno.

Da tempo si parla del mitico cambiamento del 2012, lo profetizzano i Maya, pare ne abbia scritto Nostradamus, c'è chi pensa alla fine del mondo, chi a una terza guerra mondiale, chi si inchioda l'Arca come Noé. Si è detto che ci sarà un'inversione della rotazione terrestre, si è parlato di un cambiamento di polarità; e di conseguenti mareggiate, alluvioni, scosse sismiche distruttive. Si è pensato infine a un'invasione aliena.

Io non so cosa succederà nel 2012 ma sono sicura che qualcosa sta accadendo e che ci stiamo avviando verso il momento di rottura. Non mi stupirebbe se questo momento si verificasse proprio nell'anno di cui tutti parlano.

La parola "Apocalisse" evoca terrore e immagini stereotipate di cataclismi che anticipano la fine del mondo; però pochi sanno che "Apocalisse" non significa altro che "rivelazione", letteralmente "l'alzarsi di un velo", il velo dell'illusione.

Ogni morte è la fine di qualcosa e l'inizio di qualcos'altro, e l'Apocalisse lo è innanzittutto a livello di coscienza. Io credo che il mondo in cui viviamo ha bisogno di salire un gradino sulla strada della consapevolezza, e credo anche che il cambiamento verso il quale ci stiamo avviando non sia nulla di diverso: il pianeta che con un colpetto si scrolla di dosso un bel pò di energie funeste.

Ma è proprio per questo che dobbiamo essere preparati; è per questo che non dobbiamo smettere di salire, di evolverci, di metterci in discussione. E' la vita stessa che ce lo chiede.

Io, quando penso alla mia vita fino ad ora, ringrazio con tutto il cuore quelle che sono state le mie "malattie". Un malattia è sempre una benedizione, perché ogni malattia contiene con sé anche la sua guarigione, e la possibilità di fare il salto quantico. La malattia è una manifestazione, un'esplosione, è energia che viene mossa. Una malattia porta sempre con sé un mare di possibilità.

Guarire non è altro che interpretare la malattia, e vincere sulle nostre resistenze. Il problema vero non è il cambiamento in sé, ma la paura del cambiamento. Non è la morte in sé ma la paura della morte.

La morte è un aspetto della vita, e nulla più. L'aldiqua e l'aldilà non dovrebbero essere percepite come un qualcosa di separato, ma due dimensioni che si interscambiano tra di loro, e che si alimentano a vicenda. Quando siamo veramenti aperti all'universo, sentiamo con chiarezza questa assenza di confini.

Il tempo e lo spazio sono soltanto coordinate di cui abbiamo bisogno per vivere, per stare in questa dimensione. E stare in questa dimensione ci serve per evolverci, perchè l'evoluzione è possibile solo nella relazione.

Nell'ultimo mezzo secolo il progresso scientifico ha fatto passi da gigante, ma a questo non ha seguito un progresso anche umano e civile. Siamo un popolo di barbari e abbiamo gli strumenti di un popolo di geni. Ma non li abbiamo saputi usare, e abbiamo impoverito la nostra vita, anzichè arricchirla.

Io, se dovessi definire con una parola il male del secolo userei quella che secondo il nostro buddismo è il secondo dei dieci mondi (secondo solo al mondo di Inferno): l'avidità.

E' talmente connaturata al nostro mondo che non ci facciamo nemmeno più caso, che emanciparsene diventa un'impresa titanica. Eppure non pensiamo mai a quanta infelicità ci porta la nostra avidità.

Il pianeta sta morendo, dicevo. Disboschiamo foreste, uccidiamo gli animali, sfruttiamo risorse energetiche come se fossero di nostra proprietà. Viviamo come se fossimo i padroni di tutto, pensiamo che il mondo sia al nostro servizio. Ma il mondo è qualcosa di cui dovremmo aver solo cura, così come dovremmo averne di noi stessi e della nostra interiorità. E al mondo basta un niente per ribellarsi e ridimensionare il nostro presunto potere.

Io devo dire che il cambiamento non solo lo sento, ma lo auspico e lo caldeggio. Quello che abbiamo ce lo siamo meritato. Quello che avremo, possiamo deciderlo noi, in base alla cause che mettiamo adesso, in questo istante, alla voglia che abbiamo di metterci in gioco. Essere potenti non significa essere al di sopra di qualcun altro. Io veramente non so chi per primo abbia pensato che esistano delle graduatorie tra gli esseri viventi; non so chi possa essersi sentito così distaccato dall'universo da non capire che la propria felicità non è diversa da quella degli altri, e per "altri" intendo tutto quello che ha vita sul pianeta, quello che è visibile e quello che non lo è.
Essere potenti non significa altro che andare a ritmo con l'universo, sentirsi pervasi dalla stessa energia, percepirsi come una parte del tutto. Essere potenti significa respirare col vento.


Stanotte la luna è quasi piena, a me fa male un dente, e come una vera strega aspetto le mestruazioni (tempo fa, presso qualche tribù di cui non ricordo il nome, le donne che avevavo il ciclo con la luna piena erano considerate streghe e bruciate vive); questa luce gialla mi ricorda l'estate appena passata, la natura maestosa, il mare in tempesta. Tra pochi giorni compirò 32 anni e continuo a sostenere che la vita non è che un progressivo ringiovanire, dalla nascita fino alla morte. Non mi sono mai sentita così giovane.

domenica, settembre 21, 2008

Buoni propositi di settembre


E' molto che non scrivo, lo so. Né qui né altrove. La scittura è ispirazione che necessita anche di pazienza e di impegno, ed è proprio di queste due doti che ultimamente difetto.
Fatico ad accettare la fine dell'estate e non so rientrare in vecchi equilibri nè crearne di nuovi. Di qui l'immobilismo, di qui questa pigrizia distruttiva che si autoalimenta e mi fagocita.
Inizierò perciò questa mia nuova alba con un elenco di buoni propositi, come quelli che si fanno a Capodanno. Da sempre settembre è il mio inizio più sentito, perciò eccomi qui a fare come gli adolescenti al cominciare della scuola:

1- Sarò più severa nelle cose veramente importanti. Cari amici, cari familiari, è finito il tempo dell'accoglienza. Per quasi 32 anni non ho fatto che dispensare calore e sorrisi, una spalla su cui appoggiarsi, un orecchio a cui gridare il disagio e il dolore, un abbraccio da ricercare. Ho sempre pensato che dare fiducia e affetto significasse stimolare la parte migliore degli altri e in virtù di questo spesso ho rinunciato a contraddire chi non mi trovava d'accordo. Il risultato è stato negativo, adesso me ne rendo conto. Ho permesso che crescesse intorno a me una mancanza di rispetto che non tollero più.
Voglio urlarlo ad alta voce, e che sia il mio grido di battaglia, non sono più disposta a tollerare l'arroganza e l'irriconoscenza. Il mio cammino si allontana da chi non vuole vedere e non vuole ascoltare, da chi non cerca il confronto ma usa gli altri solo come serbatoio per i propri sterili dolori.
Non accetterò più chi mi chiede solo quello che gli fa comodo. Non sarò complice di cose che non mi piacciono, non ascolterò chi parla male, chi non fa che lamentarsi, chi sta male e non ha l'umiltà di chiedere aiuto, chi non accetta di avere un problema, chi persevera in una realtà stagna che non mi appartiene da secoli ormai.
La mia più grande felicità è nel fare qualcosa di buono per me e per gli altri. Ma a volte per fare la cosa giusta è necessario essere molto fermi. A questo punto della mia vita, non ho dubbi che sia così. Una storiella comune parla di un mendicante che chiedeva l'elemosina; si avvicinò a lui un uomo generoso e gli diede un tozzo di pane: il mendicante ebbe di che mangiare per quella giornata e fu molto riconoscente. Ma il giorno dopo era tutto come prima, e il mendicante affamato stava buttato sul ciglio della strada, inerte. Arrivò un uomo, gli si avvicinò e gli offrì un tozzo di pane; ma solo a patto che l'uomo avesse accettato di imparare un mestiere. Lo portò a casa sua, gli diede da mangiare e poi lo ammaestrò perchè diventasse contadino. In quel modo il mendicante non ebbe solo il cibo per un giorno, ma per tutta la vita.
Ecco, io mi sento proprio come quell'uomo: sono disposta ad aiutare gli altri ma solo come ha fatto lui, perchè so che è l'unico aiuto che merita questo nome. Sento che altrimenti mancherei di rispetto alla mia parte più pura e illuminata, e non farei del bene né a me né agli altri.

2- Approfondirò sempre più la mia fede. La pratica buddista, il mio vero e unico Sistema Filosofico e Religioso di vita, mi chiede di non fermarmi qui. Non andare avanti significa retrocedere, e proprio per questo sono decisa a uscire da questo immobilismo che mi risucchia. Approfondire la mia fede significa in sostanza non dubitare mai della natura di Budda che è in me e negli altri, e non offendere la Legge è proprio questo: perciò, ritornando a ciò che ho appena scritto, voglio partire da me, e solo da me, senza dare la colpa agli altri, senza cercare qualcosa di esterno da responsabilizzare, per qualsiasi cosa. Partire da me nella realizzazione di un desiderio; partire da me quando soffro a causa di qualcosa che in realtà mi fa soltanto da specchio; partire da me, conoscermi e trasformare le cose che non mi piacciono, o quelle che hanno fatto il loro corso; partire da me per sentirmi sempre più a ritmo con l'universo di cui faccio parte e capire che in fondo la mia individualità è poca cosa, se paragonata all'immensità della vita. E' proprio di quella vita che vorrei sentirmi invasa, e andare oltre gli attaccamenti e il "piccolo io".

3- Chiuderò i cerchi che ho aperto e che non ho ancora compiuto. Voglio sentire prioritaria l'esigenza di terminare una cosa per iniziarne un'altra, o per lo meno di avere la libertà di scegliere. Finchè non trovo il coraggio di mettere un punto e dare una svolta non potrò mai guardare con chiarezza oltre l'orizzonte.

4- Dirò addio a ciò che non fa più per me senza rimpianti. Se si decide di fare un viaggio ai Caraibi è inutile portarsi sci e piumini invernali, e a nulla serve pensare che forse sarebbe stato meglio andare in montagna. Io voglio scegliere senza riserve, senza sentire il sapore amaro della rinuncia, perchè non voglio rinunciare a niente di ciò di cui ho bisogno e non voglio avere nessun fardello che non mi sia necessario.

5- Mi sforzerò di trovare la volontà e l'energia di dedicarmi a tutte le cose che amo e che mi danno la carica, e che aspettano che io mi dedichi a loro per incominciare a vivere davvero.


Spero infine che si sia sbloccata quest'inerzia, e che il mio prossimo post non si faccia attendere come questo! Grazie a tutti quelli di voi che mi hanno aspettato.


On Air R.E.M., Shiny Happy People

sabato, agosto 23, 2008

Attimi



Stavolta non scrivo nulla, l'estate ha impigrito anche me... vi lascio con un po' di foto di piccoli momenti, buona visione! Tra breve tornerò anche con le parole.

mercoledì, luglio 23, 2008

Danielina


Ognuno nella vita ha una condanna. C'è ad esempio chi soffre sempre per amore, chi ha problemi economici, chi non riesce a trovare buoni amici. Ci sono condanne e condanne, di vari livelli come i gironi danteschi.

La mia condanna, una delle più persistenti in verità, nacque quand'ero bambina, il primo giorno di scuola, durante l'appello. La maestra ci chiamava con nome e cognome, imparando a conoscerci un po'. A sei anni è normale venire apostrofati col diminutivo, tuttavia ricordo bene che gli altri bambini erano Giulia, Sonia, Marco, Stefano, Federica. Io ero Danielina.
Nulla di male, tuttavia. Ero la più bassa e la più magra della classe, una ranocchietta: il diminutivo ci stava tutto. Nonostante ciò, mi sentii fremere dentro, una punta di indignazione alla quale non davo ancora un nome.

Nei 5 anni successivi le cose non cambiarono molto, e arrivai alla soglia degli undici anni con questo marchio impresso a fuoco sulla pelle. Sì, perchè io soffrivo di quel diminutivo. Pur senza averne coscienza, sentivo che mi relegava nel novero di un'esistenza a metà.
"Danielina" portava con sè la mia più grande paura, e il mio più grande problema: nessuno mi notava, la mia presenza era tutto fuorchè ingombrante, il mio ruolo, al massimo del suo concesso, poteva essere solo quello di spalla. Non esistevo, al di fuori di me stessa non ero nulla. Ma la mia interiorità era un gigante, motivo di più per voler mostrarsi. Se fossi stata alla pari del mio corpicino, se quello mi fosse bastato, forse non avrei avuto tanto astio dentro. Ma io urlavo per uscire, e non potevo farlo, perchè ero sempre e soltanto Danielina.

Andai alle medie e la situazione peggiorò. Ebbi la sfortuna di trovare un professore di educazione tecnica bello, simpatico, intelligente e brillante, di cui mi innamorai all'istante; lui, che forse aveva percepito la mia adorazione per lui, la ricambiava, ma come un padre vuole bene alla propria figlioletta. Non era quello che volevo, ma lui non lo sapeva: mi prendeva in braccio, mi cullava, mi riempiva di baci paterni. Stessa cosa accadde col mio compagno di banco, per cui presi una cotta spaventosa: nessuno poteva vedere in me qualcosa di diverso dalla Danielina che sembravo.

Negli stessi anni ebbi la malaugurata idea di iscrivermi a un corso di danza classica: lì nessuno mi conosceva, non avevo un retaggio che mi pesasse sulle spalle. Potevo essere chiunque.
Ma una condanna è una condanna: sin dalla prima lezione, l'insegnante mi apostrofò con l'odiato diminutivo, a cui nessuno, e dico NESSUNO, osò ribellarsi, tantomeno io: la mia sofferenza me la portavo nelle viscere, dall'esterno non traspariva nulla.
Per la cronaca dopo dieci anni ritornai a iscrivermi lì, con la stessa insegnante: appena mi vide mi riconobbe subito, mi abbracciò, e mi chiamò Danielina. A 10 come a 20 anni non c'era alcuna differenza.

Anche l'estate, quando andavo in vacanza, il gruppo di amici nel quale cominciavo a integrarmi non ebbe molta fantasia. Non c'erano alternative? Nessuno mi chiamò mai in modo diverso. Quando poi capitava malauguratamente che ci fosse nel gruppo un'altra Daniela, non c'erano mai dubbi su chi fosse Daniela e chi Danielina. Cominciai a maledire i miei genitori per avermi affibbiato quel nome così facile ad essere stravolto. Ma la colpa non era la loro.

Arrivò il liceo e almeno lì i professori mi chiamavano per cognome. Altra cosa che odiavo, ma potevo lasciare spazio al dubbio. Mi cullai nell'illusione per qualche mese, fino a quando il prof. di storia, fighetto lampadato e rimorchione, nella sua urgenza di rendersi simpatico cominciò a chiamarci per nome. Vi risparmio il resto. Fui Danielina alle interrogazioni, a mensa, per la bidella e persino per i supplenti che rimanevano solo una settimana. Non avevo scampo, bastava che la gente mi guardasse perchè decretasse il mio epiteto.

La cosa più divertente era che la mia migliore amica di allora, che si chiamava Claudia, veniva chiamata Claudiona. Per chi legge questo blog da quando è nato, tengo a precisare che si tratta di colei che si è trombata per un anno l'uomo che amavo senza dirmi niente. Ora, ovviamente, non è più mia amica. Ma all'epoca il nostro connubio onomastico era una chiara espressione del nostro rapporto: Ona usurpava Ina e la sua vita, si ergeva sulle mie rovine, aveva intuito il mio problema e ne approfittava, aveva bisogno di una spalla per farsi protagonista e nulla era più adatto di un diminutivo per farlo.

All'università le cose migliorarono: l'ambiente era così impersonale che anche un diminutivo sembrava troppo confidenziale. Tuttavia in ogni occasione di relazione umana il problema si ripresentava. Cominciai a farmi delle domande: da cosa dipendeva?
Sono minuta fisicamente, senza dubbio. 1,60 x 45 chili (42 d'inverno) possono giustificare un'Ina, anche se conosco molte ragazze più bassine e più magroline di me. Ho la vocina da bimba, qualcuno mi disse. Poteva dipendere anche da questo. Tuttavia non ero del tutto convinta.

Proprio in quel periodo di riflessioni ci fu un episodio che confermò i miei dubbi: all'epoca ascoltavo sempre Radio Rock Italia, una propaggine di Radio Rock nata da non molti anni. Ero così fissata che conoscevo ormai tutte le dj e spesso scrivevo sms per richiedere la mia musica preferita. Ovviamente le dj non conoscevano me: non mi avevano mai visto nè avevano mai sentito la mia voce. L'unica cosa che potevano sapere di me si ricavava dagli sms, che firmavo rigorosamente DANIELA. Ma negli sms richiedevo solo canzoni.

Una volta richiesi una canzone di De Andrè, non ricordo quale. Al microfono c'era una certa Ottavia, me lo ricordo ancora. Lesse i messaggi come al suo solito e quando arrivò il mio turno mise la canzone richiesta. Finito il brano, disse il mio nome. Il nome che avevo scritto sul messaggio era ovviamente Daniela. Ma lei non mi chiamò Daniela. Sì, è quello che pensate: mi chiamò Danielina! DA-NI-E-LI-NA.

Fu in quel momento che capii: non si tratta di essere magrolini, o bassini, o avere l'espressione dimessa, dolce, remissiva. Non si tratta della voce squillante. Si tratta della mia essenza, quel quid di cui, amato o odiato che sia, non posso fare a meno, semplicemente perchè è parte di me. Io sarò Danielina fino alla morte, e magari anche l'incisore della mia lapide aggiungerà per sbaglio -ma io saprò che non è uno sbaglio- quelle due lettere in più. Ce l'ho nel DNA, lo dicono le mie impronte digitali. Sono Danielina, ora e per tutti i secoli dei secoli.

P.S. Questo post è nato da un commento di Baol. Non vi dico niente, andate a leggere personalmente. Qui.

P.P.S. On Air La Cura, Franco Battiato

lunedì, luglio 14, 2008

IL POTERE DELLA MUTANDA




Nella vita di ogni donna, dai 12 agli 80 anni circa, c'è un'attrazione fatale per la biancheria intima. C'è chi la ammette, chi la nega, e c'è chi francamente se ne frega (per citare il buon Max), ma nella mia esperienza non esiste donna che al mattino, appena sveglia, non si ponga il problema di cosa indossare. La biancheria è il primo strato, quello a contatto con la pelle, che condiziona e decide tutto il resto. Se la mutanda è stretta non sarà una buona giornata. Se è triste, rovinata, consumata, trasmetterà il suo malessere a tutti gli strati successivi. Se è scomoda farà pensare troppo a sé, e troppo poco al resto.

Poi c'è giornata e giornata. C'è quella adatta al pizzo sexy e alla trasparenza, quella che si accontenta del cotone profumato, quella fatta apposta per le imbottiture mirate.

La biancheria non si dovrebbe mai indossare a caso. Un giorno qualcuno disse che i colori dell'intimo influenzano incredibilmente l'umore e la psiche. Dovrebbero chiamarla mutanda-terapia, e fare i corsi a pagamento. Mi iscriverei sicuramente.


Io non ho un buon rapporto con l'intimo, forse perché non ho un buon rapporto col mio corpo. La mia è una potente forma di schizofrenia, che si esplica in due comportamenti assolutamente opposti e contraddittori: passo ore ed ore nei negozi di intimo a guardare ammirata completini sexy, stravedo per ogni tipo di mutandina, dallo slip alla brasiliana al tanga al perizoma, guardo con attenzione ogni tipologia di reggiseno per scoprire quale mi stia meglio, e infine, ahimè, compro. Sepolti nei cassetti ho un numero imprecisato di culottes, balconcini, abbinamenti sexy, pizzi, seta, e poi canottiere con spallina stretta, larga, oltre a body, top, e potrei continuare per ore.

Beh, la maggior parte di queste cose NON L'HO MAI INDOSSATA.


Qualcuno giustamente si chiederà il perché. Non lo so. O meglio, ogni volta che indosso qualcosa di “prezioso” mi sento a disagio. Infastidita. Goffa nei movimenti, che già sono abbastanza goffi. Un piccolo folletto, uno scarabocchio su cui hanno cucito qualcosa di bello, che non mi appartiene. E allora cosa faccio? Indosso delle tristissime, orrende mutande nere di una taglia più grande della mia, che mi stanno ovviamente enormi e che farebbero scappare a gambe levate anche un serial killer maniaco e violentatore.


Ogni tanto passo dei periodi di contestazione. Scendo in piazza contro me stessa, alzo tutte le bandiere e mi impongo di indossare le belle cose che ho comprato. All'inizio va bene, mi sento finalmente donna, all'altezza della mia femminilità e cammino a testa alta fiera di ciò che mi copre il sedere. Dura al massimo una settimana, anzi, una settimana è stato il mio record. Pian piano il sorriso scompare dal mio volto, le fibre di tessuto premono contro il mio corpo, che diventa gradualmente insofferente. A questo punto immancabilmente rinuncio all'impresa e vengo riammessa nel girone delle perdenti. Ma io tiro un sospiro di sollievo.


Ora, pensavo che questa situazione non avrebbe mai avuto una soluzione e che il mio ragazzo si sarebbe rassegnato a vedere mutandoni della nonna e reggiseni sformati per tutto il tempo delegato alla nostra unione, quando improvvisamente accade il miracolo. Il miracolo della mutanda.


Girovagavo per il web, affetta dalla sindrome del guardone, che consiste nell'osservare maniacalmente le modelle di intimo, chiedendomi “Perché io no?”, quando all'improvviso la mia attenzione viene catturata da una marca di intimo di cui non avevo mai sentito parlare.

Spiman, si chiama, e da lì a visitare il sito il passo è breve. Vengo letteralmente risucchiata: ci sono collezioni di ogni tipo, dalla sexy alla sportiva alla vedo/non vedo, ci sono completini colorati, allegri, femminili ma non troppo. E' un colpo di fulmine: li sento, per così dire, alla mia portata. Sono MIEI.


Avete presente il colpo di fulmine? Ma non quello tutto fumo e niente arrosto, che brucia in qualche giorno; il colpo di fulmine di quando si capisce di aver trovato l'uomo della propria vita, o la mutanda della propria vita, il che non è poi così diverso.


Io ho provato una sensazione simile. Ma potevo sbagliare, in fondo ho sbagliato così spesso. Tuttavia il richiamo era troppo forte e ho deciso di scrivergli una mail. In questo modo è incredibilmente iniziata una collaborazione tra ME, lo scarabocchio coi mutandoni alla Bridget Jones e l'armadio zeppo di lingerie di marca, e LORO, gli angeli custodi della Spiman. Mi hanno detto solo “Provaci, e poi dicci cosa pensi”. Io ho detto sì, e da lì e cominciato tutto.


Ho spulciato ben bene il loro sito, verificato le mie misure, che non capisco mai quali siano, grazie a una efficientissima tabella che mi sono tatuata nel cervelletto, e infine ho scelto dal catalogo le cose che più mi piacevano. La collezione Camyla è la mia preferita, perché è discreta e armoniosa, elegante e giovanile. E' quella che più mi assomiglia, del resto Camilla è uno dei miei nomi preferiti e la camelia uno dei fiori più evocativi che conosca. D'ora in poi chiamatemi Signora Delle Camyle. :-)


Dopo tre giorni gli indumenti scelti erano a casa mia in simpatiche confezioni omaggio. Gli angeli custodi mi hanno regalato uno scatolone di biancheria, che, a vederla, la depressione latente ha fatto dietrofront in un istante. Completini di tutti i colori, canottiere, perizoma, mutandine, tutto ciò che una donna può sognare era lì, tutto insieme, come mai l'avevo visto prima. E tutto era così... mio. Questa è la parola giusta.


Ma c'era lo scoglio più grande da affrontare: indossare, camminare, vivere avvolta da cose belle e non consunte. Avere la forza di sentirsi degna. Perché, cari miei, dietro un completino intimo c'è tutto il mio negato, rifiutato, odiato e temuto. Non è cosa da poco.


E mentre d'inverno ci si copre, ci si nasconde, si va in letargo, e le mie forme diventano troppo sottili e inesistenti, con l'estate è il trionfo della visibilità: mi viene un po' di seno, riprendo qualche chilo, da bambina mi faccio donna e ho paura di farmi notare. Per questo, e solo per questo, il nero triste e rovinato mi dà sollievo. Per questo è più facile non curarsi che volersi bene.


Però, c'è un però. E questo però si chiama Spiman: se avessi saputo che dietro sei lettere si nascondeva la soluzione a tutti i miei mali! A volte la vita è un percorso strano, una mutanda ti fa capire che qualcosa è cambiato. Ma andiamo per ordine.


Dopo essermi ripresa dall'emozione, procedo alla prova-biancheria. Invoco tutto il mio coraggio e decido di indossare. Quello che accade dopo ha dell'incredibile, incredibile perché completamente nuovo nella mia vita: mi dimentico di avere addosso qualcosa di diverso dalla mia biancheria-spazzatura. Sto a mio agio, comoda, non c'è nessun elastico che mi sega la pancia, la coppa del reggiseno è perfetta, i miei movimenti aggraziati senza impaccio. La sera, quando mi spoglio, mi stupisco nel vedere l'evidenza: la mutanda è lì, intorno al mio corpo, e ci sta pure bene. Riesco ad essere “carina” senza sentirmi a disagio. Il reggiseno avvolge senza far pressione. La canottiera è morbida come una piuma.


Il giorno dopo, stessa sensazione, di misura, equilibrio, piacevolezza. Davvero sta succedendo a me? La cosa si ripete per tutti i giorni seguenti, senza cadute. Come un tossico che si accorge di non avere più bisogno del metadone, così io posso finalmente rinunciare ai miei stracci di Linus, e non ho rimpianti.

A questo punto c'è solo una cosa da dire: il dio Spiman ha resuscitato i morti.




On Air, Morgan, Altrove

martedì, luglio 01, 2008

Dove arriva quel cespuglio


Arredare una casa o una stanza è une delle cose che più me la fanno sentire mia. Due anni fa ho cambiato la mia camera che era la stessa di quando ero bambina... non esagero dicendo che è stato un momento di crescita interiore, come se la nuova stanza rispecchiasse anche le novità occorse nel mio animo.
Uno spazio esterno fatto a nostra immagine spesso ci aiuta a renderci conto di chi siamo, di come siamo diventati, e ci stimola nell'espressione. Uno scrittore non sarebbe lo stesso senza la sua scrivania.
Per molti anni ho vissuto in uno spazio che non mi somigliava nemmeno un po', nel quale facevo fatica persino a sentirmi io. Sono una persona estremamente ordinata, ma in quel periodo ero caotica e confusionaria: dentro quella gabbia non c'era bisogno di decifrare pensieri, ma solo di andare avanti come meglio si poteva. Fin quando un piccolo incidente ha illuminato la mia realtà.

Frequentavo un ragazzo da nemmeno un mese. O meglio, frequentavo non è la parola giusta, passavamo ore e ore al telefono durante le quali lui non faceva che riempirmi di complimenti e adulazioni. Era un amico di un'amica, mi veniva dietro da tempo ma solo da poco aveva cominciato a interessarmi. Eravamo usciti un paio di volte, ma già si sentiva nell'aria la tensione del contatto.

Quella sera sapevo sarebbe stata "la sera"; ma non sapevo nient'altro, e nient'altro volevo sapere. Ci incontriamo verso mezzanotte, facciamo un giro al Gianicolo, e poi ci chiudiamo in macchina. La situazione degenera rapidamente e io penso che quei sedili non sono molto comodi. Visto che lui abitava ad Ostia, gli propongo di andare da me. E così fu.

Ricordo ancora il momento in cui ho girato la chiave nella toppa, ricordo la strana sensazione di aver fatto entrare un ragazzo nel mio guscio, fino ad allora inaccessibile per essere condiviso con tutta la famiglia (che era in vacanza altrove); e infine ricordo la sua espressione delusa nel vedere un posto che si aspettava completamente diverso.

Aveva ragione, e io non mi sono mai vergognata come allora. Non era una brutta stanza, ma non era "mia". Come mi era venuto in mente di invitarlo lì? Cosa avrei potuto aspettarmi da quella notte?

Inutile dire che tutto andò malissimo, da ogni punto di vista. L'eccitazione che ci aveva avvolto fino a poco prima scomparve in pochi secondi, lui cadde addormentato tra le mie braccia su un minuscolo letto a una piazza su cui campeggiavano ornamenti che nemmeno voglio ricordare; una scrivania oberata di libri ci guardò insistentemente per tutta la notte urlando al fallimento; e la mattina dopo ritrovammo un po' di coinvolgimento che durò il minimo indispensabile. Lui scappò in tempo da record, lasciandomi con l'amara sensazione di aver sbagliato tutto.

Di certo non era l'uomo della mia vita, e non ho nessun rimpianto; ma forse avrei potuto uscirne a testa alta, se non avessi fatto quell'errore. Gli sbagli e le bruttezze della vita si devono condividere soltanto con chi sceglie di rimanere. Lui si defilò senza nemmeno un ripensamento, dopo mesi e mesi di corteggiamento.

Io feci passare l'estate, e poi andai in un negozio di arredamento. Almeno a qualcosa è servita, la sua vigliaccheria. Adesso ho la stanza più bella che potessi desiderare. Ma lui non la vedrà mai.

On Air, David Bowie, Starman

domenica, giugno 22, 2008

Quando non si accetta di avere 32 anni

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On Air, The Strokes, Last Night